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Addio a Evaristo Beccalossi, il numero 10 che faceva innamorare San Siro

Evaristo Beccalossi
Addio a Evaristo Beccalossi, il numero 10 che faceva innamorare San Siro (screenshot Instagram @lucaampollini) - GymnasiumNews

Evaristo Beccalossi se ne è andato nella sua Brescia pochi giorni prima dei 70 anni, lasciando al calcio italiano il ricordo raro di un talento libero e irripetibile.

Per molti tifosi dell’Inter è stato molto più di un ex giocatore: era un modo di intendere il pallone, fatto di fantasia, rischio, colpi improvvisi e giocate che non sempre entravano nelle statistiche, ma restavano nella memoria. La sua morte chiude una storia profondamente legata alla città in cui era cresciuto e al pubblico nerazzurro che lo aveva adottato come uno dei suoi simboli più amati.

Beccalossi era nato a Gambara, ma il suo calcio era cresciuto a San Polo, nel Bresciano, tra campetti, parrocchia e ore passate a provare il sinistro contro un muretto. Era destro naturale, ma voleva assomigliare a Omar Sivori e finì per costruirsi un piede mancino capace di disegnare traiettorie inattese. Da lì partì una carriera vissuta sempre sul confine tra genio e irregolarità, con quella leggerezza da numero 10 che oggi sembra appartenere a un altro tempo.

Da Brescia all’Inter, il talento che accendeva le partite

Con il Brescia esordì giovanissimo, a 16 anni, e si fece notare anche con la Primavera, protagonista dello storico scudetto del 1975. Il salto all’Inter arrivò nel 1978, un anno dopo Alessandro Altobelli, l’amico di sempre. Tra i due nacque un’intesa speciale, dentro e fuori dal campo: Spillo attaccava gli spazi, Beccalossi inventava il passaggio, spesso prima ancora che gli altri avessero capito dove potesse nascere l’azione.

Con la maglia nerazzurra vinse lo scudetto del 1980 e una Coppa Italia, diventando uno dei volti più riconoscibili dell’Inter di quegli anni. Non era un giocatore ordinato, né sempre facile da incasellare. Aveva pause, stravaganze, giornate storte e qualche errore rimasto famoso, ma quando accendeva la partita cambiava l’umore dello stadio. Era il calcio della giocata inattesa, del dribbling, dell’assist che sembrava impossibile fino a un secondo prima.

Un numero 10 fuori dagli schemi

La sua storia è anche quella di un talento non sempre capito fino in fondo. L’esclusione dal Mondiale del 1982, poi vinto dall’Italia, resta uno dei passaggi più discussi della sua carriera. Beccalossi apparteneva a una categoria particolare: giocatori capaci di far innamorare il pubblico, ma difficili da piegare alle esigenze più rigide degli allenatori. Proprio questa natura sregolata, però, contribuì a costruirne il mito.

Dopo l’Inter arrivarono altre maglie, tra cui Sampdoria, Monza, Brescia e Barletta, fino agli ultimi anni tra i dilettanti. Il finale da calciatore non fu all’altezza della poesia che aveva mostrato nei giorni migliori, ma Beccalossi seppe restare dentro il calcio anche dopo il campo. Diventò opinionista, volto televisivo diretto e riconoscibile, poi dirigente accompagnatore delle nazionali giovanili, dove poteva parlare ai ragazzi con l’autorevolezza di chi aveva vissuto davvero il gioco.

Negli ultimi mesi aveva lottato dopo il grave malore che lo aveva colpito nel 2025, circondato dalla famiglia e dagli amici più vicini. La sua figura resta legata a un calcio meno uniforme, più istintivo, in cui il numero 10 non era solo una posizione ma una responsabilità emotiva. Beccalossi lascia l’immagine di un giocatore imperfetto e amatissimo, capace di ricordare a tutti che il pallone, quando trova il piede giusto, può ancora sembrare arte.

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